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Aspetti simbolici ed esoterici

Per chi si accosta, per la prima volta, alla pratica delle Arti Marziali, possono destare la sua curiosità alcuni gesti e piccole cerimonie, che comunemente vengono compiute all’interno delle discipline tradizionali. Così come possono destare la sua curiosità attrezzi ed ornamenti presenti nella sala. Queste azioni di ritualità sono spesso incomprese e scarsamente considerati dai praticanti, invece, di Arti Marziali occidentalizzati e degli sport da combattimento. È opportuno, invece, che tali particolarità siano ben conosciute al praticante delle discipline tradizionali, così da adempiere volentieri le azioni richieste, con ordine ed il giusto spirito. Le notizie, che trovate qui di seguito elencate, provengono dalle Arti Marziali giapponesi, sono un patrimonio comune anche con lo Yoseikan Budo.

Iniziamo con il luogo della pratica. Oggi, in Occidente, è facile che i gruppi di Arti Marziali debbano praticare all’interno di strutture multidisciplinari, pubbliche o private, con uno spazio in comune con altre attività di matrice più sportiva, come luogo o tempo. In ogni modo, sia si tratti di una palestra, sia di un locale concepito ed arredato in modo tradizionale, questo luogo è un DOJO.
DOJO significa: “Là dove si pratica la Via” o, secondo una ricerca filologica, “luogo dove un individuo perde il suo EGO”. Questo significa che si tratta di un luogo dove si ricerca un processo di arricchimento spirituale, morale, intellettivo e fisico dell’uomo, attraverso la pratica di una disciplina. In particolare “DO” significa “VIA”, mentre “JO” è la “TERRA o SUPERFICE”, letteralmente “terra dedicata alla Via”. La porta d’ingresso del Dojo, sia questo un locale o l’intero spazio disponibile, dovrebbe essere piccola e bassa, così che ognuno, entrando, debba chinarsi in segno di umiltà e rispetto.
Anche gli spogliatoi fanno parte del Dojo, anche nei casi dove l’attività marziale è in condominio con altri sport e pratiche ricreative. Mentre ci si spoglia, in silenzio, i praticanti “appendono”, assieme i propri vestiti, le loro preoccupazioni quotidiane ed ogni pensiero estraneo alla pratica.



Il vestito della pratica si chiama GI (“quello che sta sopra”) o KEIKOGI (keiko è la pratica, l’allenamento, letteralmente “imitare gli antichi”). In molte discipline questo vestito è bianco, che simboleggia la purezza ed esprime l’accettazione della morte, da parte di chi l’indossa, come fenomeno ineluttabile. Nello Yoseikan Budo l’abbigliamento comprende una giacca di colore blu e dei pantaloni bianchi simboleggianti lo Yang e lo Yin. Queste due parole esprimono il principio attivo (Yang), maschile, del calore e dell’estate, e il principio passivo (Yin), femminile, del freddo e dell’inverno.
La cintura ripete questi concetti esprimendo l’alternanza di questi due principi, inoltre, da lontano l’effetto ottico dato dal contrasto di colori crea una vibrazione, fino alla fusione dei due in uno, fatto che esprime il superamento finale dell’ottica dualista.
In ogni caso il Gi è sempre uguale fra tutti i praticanti di una stessa disciplina, ed esprime, appunto, l’idea che tutti hanno la stessa importanza, gli stessi diritti e gli stessi doveri. Nello Yoseikan Budo questo principio è rafforzato dalla mancanza di qualsiasi indicazione che rappresenti un grado, come le cinture colorate e la nera, nelle altre discipline.

Un punto che può sfuggire a prima vista, è quello delle calzature. Nei Dojo tradizionali queste si lasciano all’ingresso. Nelle strutture moderne, le palestre miste, tale etichetta non è possibile. Ma, in ogni caso, va tenuto un corretto comportamento. Le scarpe di tutti i giorni vanno lasciate negli spogliatoi e il tragitto tra questi locali e il luogo della pratica va compiuto mettendo le apposite calzature dette “Zoori”. I piedi vanno scrupolosamente puliti prima, come necessario. La calzatura zoori, dei tradizionali sandali di paglia con i legacci infradito (evitare quelle con le fasce incrociate o le copie di gomma), hanno diversi scopi: IGENICO, di tenere le scarpe ordinarie, non certo pulite, lontane dai posti dove ci si allena; RELIGIOSO, di evitare di portare tracce impure in luoghi dove la purezza dell’energia deve essere adamantina; ENERGETICO, la paglia isola i piedi da ogni emanazione tellurica fino al tatami, dove invece il contatto è richiesto; EUBIOTICA, gli intrecci dei fili di paglia massaggiano in modo stimolante la pianta dei piedi nei suoi terminali nervosi ed energetici, il cordone infradito stimola un importante punto posto tra l’alluce ed il secondo dito.

Tra i praticanti, la base della relazione è il RISPETTO. Rispetto verso il più anziano per la sua esperienza, rispetto verso il più giovane per la sua voglia che imparare. I compagni più anziani si chiamano SEMPAI, gli allievi giovani si chiamano KOHAI. Il Kohai deve obbedienza al Sempai, ma può rivolgersi a lui per avere chiarimenti e indicazioni sul da farsi. Durante gli esercizi, normalmente, ogni Kohai deve recarsi da un Sempai, inchinarsi per primo e chiedergli così di prenderlo come “UKE” (colui che riceve la tecnica). Dopo l’esecuzione effettuata dal Sempai, questi farà da Uke, a sua volta, al giovane Kohai.
Tradizionalmente, in Giappone, ogni Kohai ha un Sempai fisso, in base alla sua anzianità.
La persona che dirige un Dojo è il maestro e si chiama SENSEI, vale a dire “colui che è primo nella vita”. L’allievo è anche detto MONJIN, o “uomo-porta”, perché ha attraversato la porta del Dojo per diventare un allievo.



Vediamo ora la disposizione del Dojo. Si sale sulla superficie di allenamento con il piede sinistro, si esce a termine della lezione, con il piede destro. Il lato sinistro del corpo è quello che assorbe di più, che riceve, per questo deve stare il più a lungo possibile in contatto con la “terra della via”. Il Dojo è formato dai TATAMI, le materassine della pratica. Sono disposte, nei vari elementi rettangolari, in modo che ogni coppia di loro simboleggi una svastica, mentre l’intera superficie forma una spirale. La svastica simboleggia il cammino del sole, vale a dire il ciclo del tempo, con la morte-nascita. La spirale, invece, è una rappresentazione dell’infinito che in giapponese viene inteso come “Vuoto”.
Nella parete opposta all’entrata si trova una nicchia o una zona dove prendono posto dei ritratti, un piccolo altare, delle calligrafie, altri oggetti. L’altare è detto SHINDEN ed è il luogo del KAMI, il dio che protegge il Dojo. Esprime la forza naturale e l’armonia dell’universo. I quadri sono effigi di maestri famosi e rispettati, che hanno onorato le Arti Marziali, figure esemplari per i praticanti. Le calligrafie riportano frasi, motti e principi di vita e del combattimento. Tradizionalmente si bruciano delle bacchette d’incenso. La parete dove si trova l’altare si chiama KAMIZA (la dove si siedono gli dei). L’allievo che sale sul tatami, salendo saluta per prima cosa la Kamiza, poi l’istruttore presente nella sala.
All’inizio della giornata di lezione, il maestro farà SHIHO GIRI, il “taglio in quattro direzioni”, operando verso i quattro punti cardinali con una spada, un bastone o le mani nude. Dopo farà quattro inchini nella medesima direzione e farà battere le mani nella sequenza dei saluti iniziali e finali tra i presenti. Questi atti sono compiuti per il motivo di scacciare gli spiriti negativi ed attirare l’attenzione degli spiriti positivi.
Un concetto fondamentale nella pratica del Budo giapponese riguarda gli attrezzi della pratica, siano essi il Tatami, il Gi o i guantoni o le varie armi. Nasce dal pensiero Shinto che riconosce ad ogni oggetto uno spirito divino elementare che lo abita. Da parte nostra, noi spingiamo con i nostri spiriti i Kami negli attrezzi che usiamo. Di conseguenza deve essere naturale il massimo rispetto per tutti questi, una disposizione d’animo doverosa, che evita accumuli di tensione spirituale negativa, che inficerebbe la pratica stessa e potrebbe generare, se non incidenti, senz’altro una cattiva comprensione e scarsi progressi intellettuali. Se viene difficile accettare questo principio, tale atteggiamento è sicuro indice di scarsi progressi nella pratica. Pensate che gli attrezzi che vi circondano hanno un ruolo fondamentale nei vostri progressi, un praticante veramente degno di questo nome non vorrà dimostrarsi scortese trattando male la sua o l’altrui attrezzatura, prenderà con cura ogni oggetto curandone la manutenzione, cosa importante per l’incolumità propria ed altrui.
La cintura, senza pensare al colore, rappresenta la propria pratica. Trattatela con cura e seguitene con affetto il progressivo invecchiamento. Non lavatela mai, ma esponetela all’aria, dopo la pratica, per farla asciugare.

Finita la lezione, negli spogliatoi si è sempre nel Dojo, mai urlare o parlare a voce alta, ma riflettere, ripensare alle sensazioni della pratica e poi riprendersi le “preoccupazioni” precedentemente abbandonate, la negli spogliatoi, alla vestizione prima della lezione. La doccia è importante. Tradizione vorrebbe che venisse fatta con l’acqua fredda (MISOGI o purificazione), ma l’importante che venga fatta con la stessa sincera emozione. Anche l’ultima pausa davanti lo specchio è importante: esprime il confronto finale e il riordino personale di fronte la divinità suprema, qualsiasi sia il Credo del singolo praticante.